“Fuoco di legna…”, un assaggio di lettura

FUOCO DI LEGNA, ANIME IN CIELO di Franca Canero Medici - ZONA Music BooksIntroduzione. Le immagini come fili metaforici

Le immagini sono come fili metaforici; tiranti che tengono insieme frammenti di vita e di scrittura, al di là delle parole; segni di una memoria più antica e silenziosa, che permettono di riannodare le parti al tutto dal quale hanno visto la luce.

Sapevo che anche i saggi che ho raccolto in questo testo avevano bisogno di questi fili che li legassero insieme: non bastava lo stile, cioè quel modo di scrivere che anche in tempi diversi tradisce una stessa mano; né genericamente il contenuto, che li riannodava tutti alla poetica di Fabrizio De André e alle influenze su di questa esercitate anche indirettamente da alcuni dei suoi “cattivi maestri” e “compagni di strada”. Occorreva un legame più profondo e originario: qualcosa che accomunasse tutti quei viaggiatori finiti in queste pagine, che con i loro tesori nascosti erano stati come protetti nella stiva della barca di un canzoniere dal suo capitano, proprio come quelli sbarcati da una “zattera di pietra” su una spiaggia immaginaria, di cui ha parlato Saramago in uno dei suoi più emblematici romanzi. Qui la zattera era isola e spiaggia, punto di partenza e insieme di approdo in una terra immaginaria, che potrebbe anche chiamarsi Utopia, o Atlantide, o in qualsiasi altro modo con il quale gli uomini hanno da sempre cercato di dare un nome a quella “isola che non c’è”.

Avevo deciso di raccogliere insieme questi saggi, quando, in modo inaspettato, mi è venuta in mente l’anamorfosi di San Francesco da Paola di Emmanuel Maignan (1601-1676), frate dell’ordine francescano dei Minimi, che si trova a Roma nel convento di Trinità dei Monti, dove in una “ricostruzione di forma” guardando di traverso, e non più semplicemente di fronte come prima, la figura del piccolo santo intento a osare il miracolo dell’attraversamento delle acque con un suo confratello, non lontano da quel breve tratto di mare di Sicilia in cui oggi miracolo e disperazione perdono i loro confini, improvvisamente si trasforma, in un curvare di linee, nella figura fuori misura del santo in preghiera, circondata da una pianta di ulivo. Mi è subito parso che questa immagine potesse richiamare alla memoria, in una profonda analogia metaforica, lo sguardo obliquo della poesia di Fabrizio De André, che capovolge la disperazione degli spiriti solitari, che viaggiano “tra il vomito dei respinti”, in un coro di “anime salve”.

Ma quell’immagine sembrava evocare anche il misterioso rapporto tra il tutto e la parte che caratterizza i versi di De André e la ripresa di parole e suggestioni che egli ha fatto con i testi di quei tanti maestri delle sue letture notturne, di cui si portava a letto i libri, come per ascoltare i “racconti di un nonno”, che gli permettessero di addormentarsi con la speranza di potere al risveglio scrutare con loro l’orizzonte per ritrovare l’alba di un nuovo giorno, quello dei “paesi di domani”. Questo erano state in fondo per lui sempre la letteratura, la poesia, la musica: un modo per capovolgere la realtà in qualcosa di più giusto. Così l’anamorfosi di San Francesco da Paola è finita tra le pagine di questo libro insieme alla carica emotiva che aveva in me suscitato e che, in modo particolare, ha dato vita a tutto l’ultimo capitolo, che da quella suggestione è interamente permeato.

Rimaneva come sullo sfondo il rosario della preghiera di Mutis, ripreso poi da Fabrizio De André nella sua Smisurata preghiera, e le piccole imbarcazioni, fragili come la “zattera di pietra” del misterioso “navigatore solitario” di Saramago. E quest’immagine mi richiamava alla memoria anche suggestioni filosofiche che si ricollegano alla metafora del “fuoco di legna”, che a partire dal pensiero di Eraclito tiene insieme gli opposti nella dimensione di un “tempo senza tempo”, come nel passaggio tra la vita e la morte, che si può avvicinare all’immagine del sacrificio di chi osa un “sogno di mare”, per rendere possibile il capovolgimento che permette il volo delle “anime in cielo”; come se ci fosse davvero un ritorno dalla morte alla vita, così come dalla vita alla morte. Perché, come ci ha insegnato il filosofo greco del VI secolo a.C., ci sono interrogativi che rifiutano una soluzione definitiva e hanno bisogno “di luci che si accendono, solo quando si è spenta la luce degli occhi”, e di immagini che si possono vedere solo guardando di traverso, dentro abissi senza confini.

Subito dopo mi veniva alla mente un’immagine di Fabrizio De André che mi apriva la strada a nuovi intrecci di vita e di scrittura, quasi come un altro tirante che potesse tenere insieme quei pezzi che stavo raccogliendo in un libro: “C’è chi al cielo si innalza e chi si deve arrampicare”, un pensiero ritrovato nella bellissima raccolta dedicata ai suoi inediti, pubblicata di recente a cura della Fondazione De André, col titolo metaforico di Sotto le ciglia chissà. Su questo mi spingeva a riflettere, in una sincronicità metaforica, anche una mia immagine onirica di una piramide a strapiombo e gradoni di massi di pietra ciclopici che si innalzavano a fatica verso l’alto, proprio come quelle lasciate sulla spiaggia del tempo dalle antiche civiltà precolombiane.

Era questo il “lasciapassare” che aveva permesso al capitano Faber di fare entrare quei viaggiatori come imbarcati nella “zattera di pietra” del suo canzoniere, e proprio ad alcuni di questi “arrampicatori di cielo” avevo dedicato i miei saggi, scritti nella temporalità di circa un lustro, che nella loro ispirazione più profonda erano quindi come nati insieme. Tutti loro, da quella notte lontana di “mangiatori di stelle sulla spiaggia della Foce”, avevano sempre cercato anche nel canzoniere di Fabrizio De André la loro “nona beatitudine”, pur sapendo da sempre che a quel loro cielo ci si poteva solo arrampicare, fuggendo dalla “casa del topo”, come la povera Euridice lasciata alla morte da Orfeo; o ancora come la nave del Nordling che era andata alla deriva col suo equipaggio, perché il “Dio abbandonato” potesse far riemergere il suo dito da “un fuoco di legna” e lanciare quelle sue cinquanta anime “ in cielo”.

Il titolo di quest’opera si richiama a un verso di Fabrizio De André contenuto in  cúmba, in Anime salve (1996). [Franca Canero Medici]

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